STORIA
La prima unificazione del territorio ucraino risale all’invasione di un popolo scandinavo, i Rus, che conquistarono la città di Kiev nel 882 e ne fecero il centro di un regno chiamato Rus’ di Kiev, che si estendeva dalle rive del Volga a quelle del Danubio e dalle coste del Mar Nero a quelle del Mar Baltico.
Nel 988 il sovrano del regno di Rus’ di Kiev si convertì al cattolicesimo di Costantinopoli, dando inizio a un periodo di intensa “bizantinizzazione” della cultura nazionale. Intorno alla fine del XV, dopo una peste che decimò la popolazione, il paese fu invaso e praticamente ripopolato in seguito a un’imponente ondata immigratoria da parte di esuli e rifugiati ortodossi, genericamente definiti kazaks, cosacchi (parola che in turco significava fuorilegge) che nella metà del ‘600 diedero vita ad un debole Stato indipendente che presto venne spartito e dominato da Polonia, la parte occidentale, e Russia, la parte orientale. Al dominio polacco sull’Ucraina dell’ovest (Galizia), succedette quello austro-ungarico nell’800 (in seguito alla partizione della Polonia). Mentre quello russo sull’Ucraina dell’est, inizialmente ben accetto, si mostrò oppressivo e generò un forte movimento nazionalista ucraino.
Dopo la prima guerra mondiale, il crollo dell’Impero asburgico e di quello zarista generarono in Ucraina un periodo di guerra civile e anarchia con continui cambi di fazioni al potere. Finché la nuova Polonia non si riprese la Galiza, lasciando l’Ucraina centrale e orientale in mano ai sovietici.
Nel 1922 l’Ucraina entrò ufficialmente a far parte dell’Urss come Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Stalin utilizzò in Ucraina una politica tesa a dimostrare i pericoli del nazionalismo e quindi a confermare la sua ideologia.
A partire dal 1929 operò una sistematica nazionalizzazione delle piccole imprese agrarie che in Ucraina erano numerosissime (la cosiddetta “dekulakizzazione”, dal termine Kulaki, piccolo proprietario terriero) e una politica di collettivizzazione dei terreni.
Sedò con numerose deportazioni la ribellione degli agricoltori e nel 1932 procedette a un sistematico ammasso delle derrate e dei raccolti il cui risultato fu una carestia che costò al paese circa 7 milioni di morti (il cosiddetto “holodomor” ucraino). Ulteriori perdite avvennero in seguito a deportazioni ed esecuzioni. Vennero distrutte oltre 250 chiese e cattedrali.
Nel ’39, in seguito al Patto Molotov-Ribbentrop, Stalin occupò anche l’Ucraina occidentale. Quando nel ’41 le truppe naziste di Hitler invasero il Paese, vennero accolte come liberatrici, soprattutto nell’ovest. Ma la seconda guerra mondiale fu causa di altre devastazioni e di morte (oltre 6 milioni di ucraini persero la vita). Alla fine del conflitto, sconfitta la Germania nazista, l’Ucraina tornò sotto controllo di Mosca.
E vi rimase fino al 1991. L’ultimo atto del dominio sovietico fu il disastro nucleare di Chernobyl, nel 1989. Dopo la caduta del muro di Berlino, nel novembre dello stesso anno, si diffuse nel paese un movimento nazionalista, il Movimento del Popolo Ucraino per la Ricostruzione. Nel 1991, dopo il crollo dell’Urss, il partito comunista ucraino venne dichiarato fuorilegge e la popolazione votò all’unanimità per l’indipendenza. Il primo presidente fu Leonid Kravchuk. I rapporti con la Russia furono inizialmente molto tesi, restavano da risolvere la questione degli armamenti nucleari sul territorio ucraino e il controllo della flotta del Mar Nero ancorata a Sebastopoli. L’economia del paese conobbe un periodo di crisi dovuto alla mancanza di riserve energetiche, si ebbero tassi elevatissimi di inflazione e le tensioni interne aumentarono.
L’onda di scontento popolare verso il nuovo corso provocò la sconfitta di Kravchuk e l’elezione nel 1994 del filo-russo Leonid Kuchma, rieletto poi nel 1999. Nonostante lo sviluppo economico che si verificò dopo il 2000, il regime di Kuchma perse progressivamente consenso tra la popolazione a causa del suo carattere antidemocratico. Sfruttando questo diffuso malcontento, gli Stati Uniti iniziarono a finanziare e far crescere l’opposizione filo-occidentale in vista di un cambio di regime. Che avvenne dopo le elezioni presidenziali dell’ottobre/novembre 2004, con la cosiddetta “Rivoluzione arancione” guidata dal Viktor Yushchenko.
Dopo la contestazione di piazza della vittoria di Viktor Yanukovich (appoggiato da Kuchma), le elezioni vennero ripetute il 26 dicembre 2004 e vinte da Yushchenko, che divenne così il nuovo presidente ucraino. Ma, nonostante il sostegno degli Stati Uniti e dell’Unione Europea, il suo governo è entrato subito in crisi. Crisi terminata con la creazione di un governo di unità nazionale di compromesso tra filo-occidentali e filo-russi.
POLITICA
Sessantacinque milioni di dollari buttati via. Tanto era costata al governo degli Stati Uniti la “rivoluzione arancione” di Kiev che alla fine del 2004 ha strappato l’Ucraina dall’orbita d’influenza di Mosca. Un anno e mezzo dopo, quella rivoluzione è fallita a causa degli scontri di potere che hanno spaccato e indebolito la leadership “rivoluzionaria” ed eroso il consenso di un popolo fortemente deluso dall’esperimento “arancione”. Yushenko aveva promesso agli ucraini la fine della corruzione e l’inizio di una nuova era di sviluppo e benessere economico. Ma la mancata rottura con i personaggi del vecchio regime, l’instabilità politica che ha bloccato l’azione di governo e soprattutto la crisi del gas hanno dato un duro colpo al fervore rivoluzionario e filoccidentale degli ucraini. Infatti, alle elezioni parlamentari del marzo 2006, l’elettorato ha punito la coalizione governativa arancione (che ha ottenuto una maggioranza risicata) e – soprattutto nell’est del Paese –ha ridato fiducia al partito dell’opposizione filo-russa dell’ex delfino di Kuchma, Viktor Yanukovich. Dopo il voto, i due leader della malconcia maggioranza arancione (il “moderato” Viktor Yushenko e la “radicale” Yulia Timoshenko) hanno litigato per mesi sulla formazione del nuovo governo, creando una drammatica e lunghissima crisi istituzionale. Non riuscendo a trovare un accordo, alla fine Yushenko ha affidato l’incarico al suo ex avversario filo-russo Yanukovich, che ha subito messo un freno al percorso di integrazione dell’Ucraina nella Nato e nell’Unione Europea. Una sconfitta per Washington. Una vittoria per Mosca.
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